Quello che vi chiedo è di fare uno sforzo d’immaginazione. Provate ad immaginare che una mattina svegliandovi nel vostro letto improvvisamente vi rendiate conto che le vostre gambe non rispondano agli ordini del cervello, i piedi non si muovano, le gambe non si spostino e con grossa difficoltà riusciate a mettervi seduti. Immaginate di non riuscire ad alzarvi in piedi e che di fianco al vostro letto ci sia una sedia a rotelle. Quello è l’unico modo che avete di spostarvi: su ruote. Un cambiamento radicale delle vostre prospettive di spazio, di movimento, di vita.
Mica facile eh. Ci sono persone che in questa situazione ci nascono e che non hanno mai conosciuto il correre, il saltare, il fare una salita in montagna o più banalmente una rampa di scale. Poi ce ne sono altre che a causa di una malattia degenerativa e progressiva perdono queste capacità un poco alla volta.
Ogni giorno riescono a fare qualcosa di meno rispetto al precedente. Una sorta di lavoro al contrario rispetto ad un neonato, che ogni giorno sperimenta cose nuove e scopre di riuscire a sbloccare un nuovo livello, come in un videogioco. Infine, c’è la terza categoria, quelle che una mattina escono di casa, fanno tutto come gli altri e alla sera non sono praticamente più padroni del loro corpo, rinchiuse dentro un involucro in cui il cervello invia dei comandi ma gli impulsi non arrivano a destinazione, come in un cortocircuito: le gambe non vi reggono, i passi non esistono e i muscoli che vi consentivano movimenti banali e scontati non rispondono.
Immaginate ora di voler uscire di casa (meteo permettendo, dato che se spingete una sedia non potete tenere l’ombrello) e di provare a fare le strade che avete sempre percorso e di volervi muovere nei posti che da sempre fanno parte del vostro quotidiano, del luogo dove vivete.
Uscite. La strada che percorrete è quella di sempre ed improvvisamente vi rendete conto che le mani, le braccia, le spalle, che ora devono fare il lavoro di “camminare”, fanno una bella fatica. La strada a piedi sembrava in piano, ma dalla sedia a rotelle vi rendete conto che proprio in piano non è, ma in leggera salita e per spingere fate parecchia fatica. Siete bassi, poco visibili e allora istintivamente pensate di andare sul marciapiede perché lì siete al sicuro; su quel marciapiede, però, la sedia non passa, non ci sta. Troppo stretto.
Proseguite sulla strada (a vostro rischio) sperando che le macchine parcheggiate vi vedano prima di partire e qui cominciano altri problemi. Tombini troppo bassi che cercate di evitare, asfalto dissestato con buche e rattoppi e il lato della carreggiata che non vi permette di mettervi un po’ al riparo. Erba, rifiuti, ghiaietto e dislivello tra asfalto e sterrato. Spingere la sedia con le ruote a livelli diversi è faticosissimo e anche a rischio capottata. Andate avanti lo stesso, non vi farete demoralizzare, e arrivate in centro. Qui i marciapiedi sono più larghi, “ci puoi passare” vi dite, e invece… Le rampe, quando esistenti, si focalizzano più sullo spazio disponibile che sulla reale pendenza utile per chi non cammina, e poi perché non approfittare di questo scivolo per mettere lì davanti un bel tombino della fognatura per raccogliere le acque piovane. Come direbbero a Roma, “ci sta ‘na crema”.
Continuate, in qualche modo ci salite e lo percorrete ma i problemi non sono finiti. Sui marciapiedi spesso sono presenti bidoni, centraline ENEL, biciclette e monopattini parcheggiati, a volte persino macchine parcheggiate perché “tanto mi fermo 5 minuti”. E qui vi rendete conto che queste cose, che da bipede nemmeno avreste notato, da seduti diventano insormontabili.
Cercate un bar per prendervi un caffè, ma i locali hanno tutti più o meno un gradino che nessuno si è preso la briga di misurare e i normodotati non riescono a capire che 5 centimetri o 25 non sono la stessa cosa. Potrebbero essere di un metro e sarebbe lo stesso. I negozi? Tale e quale, tutti posizionati sopra gradini insormontabili da una condizione come la vostra, ma, ad onore del vero, anche da una persona che spinge un passeggino. Negozi storici. Mentre andate per le vie del centro pensate di entrare in farmacia, quella storica, quella che più centrale di così non si può: accidenti, anche qui un bel gradino di circa trenta centimetri, ma forse qualcuno glielo deve aver fatto notare.
Con una popolazione sempre più vecchia e sempre più bisognosa di farmaci forse una rampa potrebbe essere la carta vincente. Infatti c’è: una bella rampa in metallo scivolosissimo se bagnato che, con una bella pendenza, una larghezza risicata, per non togliere spazio ai parcheggi antistanti, e completamente priva di balaustre e corrimano, vi rende l’ingresso difficile in autonomia. Completa il quadro un bidone da un lato dello scivolo ed un distributore dall’altro. Però c’è, e i criteri di legge sull’accessibilità di questa attività sono rispettati: che volete di più? Massima resa e minima spesa.
Si tratta sempre di un’attività privata e c’è pure il parcheggio per disabili! Poi però non riuscite ad entrare? Pazienza: chiami e loro escono, dov’è il problema? Sapete come si chiama questo? ABILISMO. Non crediate però che questo problema esista solo in una attività commerciale privata. Se vi dovesse capitare di dovervi rivolgere all’ufficio Anagrafe del Comune non vi trovereste in condizioni migliori. Rampa senza corrimano, senza parapetto, porta di sicurezza pesantissima molto difficile da aprire, corridoi stretti ingombri di sedie, bancone altissimo a cui da seduti non arrivate. Se dovete firmare qualcosa, portatevi un supporto rigido per appoggiare fogli e penna. Il citofono esterno? Assolutamente irraggiungibile.
A proposito di citofoni… Il Comando dei Vigili urbani non è messo meglio. Troppo alto per riuscire a raggiungerlo agevolmente, e ovviamente c’è una telecamera che per voi quaggiù è completamente superflua, non vi inquadra. Il corridoio interno? Troppo stretto per muoversi comodamente e uffici posti al piano superiore assolutamente inaccessibili. Il Comandante però se avete bisogno scende, e in qualche modo potreste trovare un posto per parlare col rispetto della privacy. Eccovi servito un nuovo piatto di abilismo. Magari volete andare in biblioteca? Anche qui, pur esistendo un montascale, la via più rapida è che gentilmente, un addetto della biblioteca esca. Ancora abilismo. Se aveste un figlio alle scuole elementari Ferrini, sappiate che non vedrete mai la sua classe perché non esiste un ascensore. Si sposta la classe al piano terra ma niente ascensori per salire. Altro abilismo.
Volete fare un prelievo ad un bancomat? Quello nella sede storica della banca di Olgiate ha un montascale che nessuno ha mai visto funzionare e quello in piazza non è propriamente accessibile. La tastiera non vi consente di vedere i tasti e quindi andate a memoria per la posizione dei numeri, ed in qualche modo ce la fate. Avete il brutto vizio di fumare? Tranquilli le tabaccherie di Olgiate vi aiuteranno a smettere. Nessuna di loro è accessibile. Non lo sono nemmeno i distributori automatici. A vostro favore gioca il fatto che trovi sempre qualcuno che entra per te. Adesso sapete che questo si chiama abilismo.
Non dimenticate che per muovervi da un posto all’altro avete da percorrere strade sempre più dissestate da buche e rattoppi mal fatti, giardini pubblici spesso inaccessibili e che quando vi va bene metteranno a dura, durissima prova le vostre braccia.
Dura essere affetti da una disabilità fisica eh. Difficile non pensare di essere cittadini di serie B e che forse sarebbe meglio rimanere a casa “dove avete tutte le vostre comodità”. Vi portiamo la spesa a casa, vi portiamo la farmacia a casa, vi portiamo i pacchi a casa, e voi, il vostro bisogno di socialità e di partecipazione, di condivisione, lentamente lo abbandonate. Troppo complicato, troppo costoso adattare per queste persone un paese, cambiando ingressi, dimensionando porte, eliminando gradini, sostituendo ghiaietto con superfici lisce, modificando autobus, rendendo accessibili treni, creando parcheggi che sono pure più grandi e far in modo che questa “gente” possa anche lavorare a volte. Tutto troppo caro per la comunità. Troppo frustrante pretendere che i vostri diritti vengano rispettati, aggiungerei.
Una cosa però da questa esperienza, che per ora avete solo immaginato, deve esservi chiara. I disabili non sono una popolazione debole e vulnerabile. I disabili sono incazzati, stronzi e stanchi di essere considerati solo quando serve sventolare la bandiera dell’inclusione. Non siamo dei “poverini” da pietire e compatire, non siamo “forti” perché ci troviamo a vivere come non vorremmo e lo facciamo lo stesso. Non siamo “coraggiosi”, e basta con “non so come farei al posto tuo”. Non dobbiamo necessariamente muoverci con un accompagnatore o avere qualcuno che ci aiuta. Deve essere una nostra scelta. Vogliamo la nostra autonomia e solo noi possiamo capire e sapere quando è necessaria. L’essere in sedia rotelle non ci rende tutti uguali con capacità uguali e, come vengono definite, “abilità residue” uguali. Disabili, handicappati, diversamente abili, persone con disabilità sono tutti termini che negli anni hanno cercato di definirci. Personalmente non mi importa come vogliate etichettarci. Ci importa che ci consideriate PERSONE. Basta e avanza.
Un’ultima cosa sulle sedie a rotelle: non chiamatele carrozze o carrozzelle, queste si mettono ai cavalli (e personalmente eliminerei pure quelle). Non si può sentire.